Francesca Zangrandi – Filosofia
Soffro perché se stavolta te ne vai avrò la forza per dimenticarti.
Soffro perché se stavolta te ne vai avrò la forza per dimenticarti.
Spero che prima o poi, diano l’ergastolo alla noia, ha ammazzato troppe vite e tante ancora ne ammazzerà.
Il corpo e la mente non invecchiano insieme: il corpo segue le orme del tempo, la mente arresta il tempo e continua il suo viaggio ripercorrendo le orme a ritroso.
– Che gusto c’è a discutere? Nessuno persuade mai un altro.- Sì è vero. Spesso si discute con calore senza capire quel che l’avversario dice.Levin aveva spesso osservato nelle discussioni fra le persone più intelligenti che dopo enormi sforzi, un’enorme quantità di sottigliezze logiche e di parole gli interlocutori giungevano infine alla consapevolezza del fatto che quel che avevano cercato di dimostrarsi a vicenda era loro noto da lungo tempo, dall’inizio della discussione, ma che piacevano loro cose diverse, ragione per cui non volevano citare quel che piaceva loro per non essere contraddetti. Aveva spesso sperimentato che a volte, nel corso di una discussione, capisci quel che piace all’avversario, e d’un tratto piace anche a te la medesima cosa e immediatamente ti trovi d’accordo, nel mentre tutti gli argomenti cadono, quasi fossero inutili; di tanto in tanto aveva sperimentato il contrario: dichiari finalmente quel che ti piace e a tal fine elabori le tue argomentazioni, e se capita che tu esponga il tutto bene e sinceramente, all’improvviso l’avversario concorda e smette di discutere. Proprio questo egli voleva dire.Ella corrugò la fronte, cercando di capire. Ma non appena egli cominciò a spiegare, ella aveva già capito.- Capisco: bisogna sapere per cosa egli discute, che cosa gli piace, allora diventa possibile…Ella aveva pienamente intuito e manifestato il suo pensiero mal espresso.
Se uno degli ascoltatori, non a scopo di contesa né per scherzare, ma seriamente dovesse rispondere, dopo aver riflettuto, a che cosa deve essere riferito questo nome, il “non essere”, in riferimento a che cosa e per quale oggetto noi crediamo che egli ne farebbe uso e che cosa indicherebbe a chi lo interroga? Ma questo almeno è chiaro, che il “non essere” non deve essere riferito a qualcuno degli enti. Ma noi diciamo che, se s’intende parlare correttamente, non bisogna definirlo né come unità né come molteplicità e neppure assolutamente chiamarlo con il “lo”, perché anche con questa espressione lo si designerebbe con una specie di unità.
Quando nella vita i mezzi diventano i fini si perde il giusto orientamento.
Spesso non diciamo ciò che pensiamo realmente per non dover pensare troppo a ciò che diciamo.