Antonella Coletta – Comportamento
La gente bisogna prenderla così com’è o a calci nel sedere.
La gente bisogna prenderla così com’è o a calci nel sedere.
Dai sempre l’occasione alla gente di farsi conoscere davvero. In ognuno c’è un piccolo tesoro. Basta aspettare. Non chiuderti per eventuali delusioni. Non tutti si somigliano. Alcuni ti regaleranno sorrisi. Altri li troverai pronti ad asciugarti una lacrima. Altri ancora saranno distratti, ma non meno interessati a te. Ognuno è un mondo tutto suo a suo modo, a sua immagine. Che tu abbia la pazienza di aspettare. “Aspettare”: sà di serenità, pazienza, attesa di qualcosa di migliore.
C’è un tempo per tutto. Anche per fare un passo indietro. In silenzio.
La gente crede di farti male. Ci si impegna. Per distruggerti. E non sa, proprio non lo vuol capire, che così facendo, ti “illumina” di più. Sorridi e resta a guardare.
Nessun rispetto per chi augura del male agli altri. Non si paga il dolore con altrettante ferite. È da vigliacci, da “conigli del cuore”. Augura del bene, sii coraggioso. Augura momenti di riflessione, di silenzi con cui mettersi “in ascolto”. Augura lucidità alla gente che ti ha ferito. Quelle lucidità che porta a capire, comprendere, vivere nell’anima il tuo dolore. Augura questo a chi ti ha fatto male. Vale più di uno schiaffo, di una sporca maledizione. Augura il coraggio di comprendere e proferire la parola “Scusa”.
Bisogna smetterla di pretendere sempre rassicurazioni dagli altri. O che siano gli altri a risolvere le tue “paranoie” e i tuoi danni. Bisogna alzare le proprie di “chiappe” e muovere i propri di piedi per risolvere le cose. Accendendo la testolina, ogni tanto. Tranquilli, non prende fuoco.
Provaci per una volta, a dirti che va tutto bene. Urlalo intorno, che il meglio deve ancora arrivare. Tu provaci, e credimi.
Non sono nata per la vendetta o il rancore io. No proprio. Avviliscono. Imbruttiscono. Io sono una che perdona. Lo so fare benissimo. O perdono o vado via in silenzio. Per sempre.
Se davvero perdessimo meno tempo a giudicare gli altri, ad osservarli con occhio mai buono. Se seriamente mettessimo in gioco l’anima piuttosto che le chiacchiere, arricchiremmo un piccolo, prezioso giardino. Il nostro. Quello interiore.
Si fa presto a chiudere i conti così come fanno alcune persone. Si fa presto a sbarrare porte e sputare sentenze. È così facile, tremendamente facile, per certe “anime assurde”, formare un buco nero nei ricordi. Io non sono così, io non ce la faccio. Io il dolore lo mangio anche a colazione. Finché non passa. Del tutto.
Lo urliamo spesso di esser gli uni diversi dagli altri, forse per rassicurarci, forse solo per quello. Eppure minuscoli dettagli parlano per noi, rendendoci simili. Le nostre fragilità, le attese davanti ad un messaggio inviato, i sospiri dietro lunghi silenzi, anime rosicchiate come unghie. Tutte alla ricerca di qualcosa di vero, profondo, “adatto” a noi. Il bello è che poi la maggior parte lo cerca “altrove”.
Ho un dovere più importante e forte di tutto. Direi urgente. Salvaguardare “me stessa”.
Ti dipingeranno come una cattiva persona quando non potranno raggiungere il tuo “colore”.
Fa più male quell’unica parola non detta che mille altre ormai conosciute, disperse.
Adoro le persone che mi deludono. Le ringrazio. Mi danno prova di quanto io sia seriamente “speciale”.
Ho smesso di dare spiegazioni a chi “non sente”, ma al contrario mente. Ho smesso di esserci e di dare attenzioni a chi fraintende o sfugge a piacere. Di tempo ne ho poco, il mio è prezioso. Ho deciso di ponderare bene a chi dedicarlo.
Ognuno agisce a suo modo, reagisce a modo suo. Vive a suo modo e prende le sue di decisioni. L’importante è che non mi si rompano le mie di ovaie. Son delicate e fragili. Come il mio “vaffanculo”, sempre a disposizione.