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Stephenie Meyer – Libri

Per un attimo mi sentii un bambino, un bambino che aveva trascorso tutta la sua vita nella stessa cittadina. Un bambino e nient’altro. Perché sapevo che avrei dovuto vivere molto di più, soffrire molto di più, per capire il tormento lancinante che traspariva dagli occhi di Edward.

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    – E cosa chiedi?- Non lo so. Qualcosa. Qualcosa. Invece di niente- Non è “niente”, è Perry Delloplane… e qualunque cosa si tiri dietro. È quello che è. Forse ti sforzi troppo di appiccicarci un nome.- Un’etichetta. Gli ho detto che odio le etichette. Forse prendevo in giro me stessa.- O forse l’incertezza ti mette a disagio. Capita ache al resto della razza umana. Se seduta in un’aula insieme a miliardi di persone, tutte che si sforzano d’imparare la stessa lezione.- Che sarebbe?- Come Accettare l’Incertezza. La risposta: Vivi nel presente. Non nel passato. E nemmeno nel domani. Solo nel presente. Vivi ogni istante, ora. Non aspettare il domani. Sai cosa fai quando passi il tuo tempo a chiederti come andrà con Perry? Rinunci al presente. L’oggi ti chiama, tenta di attirare la tua attenzione, ma tu sei concentrata sul domani e l’oggi scivola via come l’acqua nello scarico. E la mattina dopo ti svegli e l’oggi che hai sprecato è passato per sempre. È diventato ieri. E non saprai mai se per te quei momenti avevano in serbo per te momenti meravigliosi.

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    A un certo punto, un giorno nei primi anni Novanta del XX secolo, due dei prodotti di tale processo – uno dei quali appassionato di domande del genere – si sono trovati a correre insieme in una fresca mattina d’inizio estate in Alabama. E una piccola parte dell’universo, una parte che ansimava e arrancava con passo pesante e sgraziato lungo le strade di Tuscaloosa, si è chiesto: ne è valsa la pena? Dopo quattro miliardi di anni di sviluppo cieco e sconsiderato, l’universo è arrivato a contenere me. Ne è valsa la pena?

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    Ho molto da dire, ma lo lascio a te. Lo lascio a quelli che meglio di me hanno la capacità di elaborare il proprio scontento, i fatti per sostanziarlo e la pazienza di dibattere dell’impossibile deprogrammazione dei proprietari delle piantagioni, dei loro operai e dei loro schiavi. Gli schiavi nati nel proprio mondo, che non si domandano nulla, inconsapevoli dell’approvazione, da parte della propria generazione, di un atteggiamento alla “è così che va il mondo”, derubati di una cultura della penna, nati in una penna che perde l’inchiostro, ma che si ricarica con la razzia dei beni effimeri e la preghiera per il superfluo attraverso la fede dettata dai signori feudali. “Prendere o lasciare”, “mangia questa minestra o salta dalla finestra”, “ti ho messo al mondo e dal mondo posso toglierti”, “sarò io a giudicare”. Nessun istinto di fuga, solo un gran trascinarsi gli uni sugli altri dentro una sovrappopolata cisterna, stesi nell’attesa di mangiare più di quel che occorre, e desiderosi di averne di più perché non si sa mai se risuccederà. Procreare, mangiare, aspettare, lamentarsi, pregare.