Enzo Di Maio – Giornata della memoria
Sei milioni di lacrime, mare della speranza che bagna anche il deserto.
Sei milioni di lacrime, mare della speranza che bagna anche il deserto.
Son tornato a casa mia ed ho cercato il mio bel mare. Ho trovato solo acqua!
Non affannarti nemico mio, a farmi del male basto e avanzo io.
Vivere è sempre un piacere, specialmente se stai sulle palle a qualcuno. Ti fa sentire utile.
Mentre, liberatomi infine dalla mia lercia divisa e indossati panni civili, puliti, senza alcun contrassegno infamante, mi allontanavo da Bergen Belsen su un camion della Croce Rossa, capii che altrove, in una dimensione a me preclusa, si era giocata una partita a scacchi la cui posta e le cui perdite erano incalcolabili. Mi stupii che tutt’attorno la natura fosse rimasta indifferente, e che ci fosse ancora un maggio come quelli della mia infanzia. Per la prima volta il sole non era più offuscato dal fumo dei forni crematori e, tra le basse dune di sabbia, la brezza riavviava i radi cespugli di erica della landa di Luneburg.
Potersi nutrire solo dell’odore del mare per dimenticare il fetore di marcio che emana la terra.
Gli abitanti del pianeta Auschwitz non avevano nomi. Non avevano né genitori né figli. Non si vestivano come si veste la gente qui. Non erano nati lì né li concepivano. Respiravano secondo le leggi di un’altra natura e non vivevano né morivano secondo le leggi di questo mondo. Il loro nome era Ka-Tzenik e la loro identità era quella del numero tatuato nella carne dell’avambraccio sinistro.