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Leonardo Omezzolli – Libri

– Se quello che scrivo è autobiografico o in qualche modo fa riferimento alla mia vita?- Sì, esatto. Quello che scrive ha una qualche attinenza con ciò che è il suo vissuto?- È una domanda piuttosto ridicola.- A me sembra la stia sfuggendo.- A me sembra che non riesca a afferrare che tutto quello che si scrive generalmente ha una certa attinenza con la personale vita di chi scrive.- Allora lo ammette che…- Ma quello che lei vuole sapere è se quel che scrivo, se le mie parole, i miei versi, se tutti quei punti e quelle virgole corrispondano a precisi fatti o persone, così che la sua macabra voglia di curiosità sia appagata e possa credere di sedere di fronte a un peccatore più peccatore di lei.- …- Sono parole che valgono per lei come per tutti quanti, sono costruzioni di mondi immaginari in cui gioco a fare Dio, e creo e distruggo; sono emozioni che voglio descrivere: a prescindere da chi o cosa le ha scatenate. Sono parole eterne prive di contatto con la realtà. Come lei, d’altronde.

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    Non ricordo esattamente quando decisi che Konradin avrebbe dovuto diventare mio amico, ma non ebbi dubbi sul fatto che, prima o poi, lo sarebbe diventato. Fino al giorno del suo arrivo io non avevo avuto amici. Nella mia classe non c’era nessuno che avrebbe potuto rispondere all’idea romantica che avevo dell amicizia, nessuno che ammirassi davvero o che fosse in grado di comprendere il mio bosogno di fiducia, di lealtà e di abnegazione, nessuno per cui avrei dato volentieri la vita. Ho esitato un po’ prima di scrivere che “avrei dato volentieri la vita per un amico”, ma anche ora, a trent’anni di distanza, sono convinto che non si trattasse di un esagerazione e che non solo sarei stato pronto a morire per un amico, ma l’avrei fatto quasi con gioia.

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    Savannah riprese a leggere. Recitò poesie per oltre un’ora, e ognuna era legata a una vicenda personale. Una ragazza, nata da genitori poveri nel South Carolina, era cresciuta scalza e abbronzata fra le paludi presso Colleton, aveva imparato a calcolare le stagioni in base alle migrazioni dei gamberi e degli uccelli selvatici e alla raccolta dei pomodori, aveva visto sorgere in sé la fiamma di una singolare personalità, aveva alimentato quella fiamma, aveva giurato a sé stessa di essere diversa, aveva sentito il linguaggio agitarsi in lei così come udiva le civette stridere in cima al granaio e i campanacci delle boe rintoccare nei canali. Poi il mondo era passato al contrattacco, come sempre, e la bambina, inerme e triste, aveva cominciato a battersi contro la ferocia e la crudeltà di quel mondo. Nelle ultime poesie, Savannah parlava dei suoi crolli, dei suoi demoni, della sua insania. Ne parlava con stupore e rispetto e accorante tristezza.