Oscar Wilde – Libri
Adoro le maldicenze che riguardano gli altri, ma quelle che mi riguardano non mi interessano. Non hanno il fascino della novità.
Adoro le maldicenze che riguardano gli altri, ma quelle che mi riguardano non mi interessano. Non hanno il fascino della novità.
E poi, mentre mi guardava con gli occhi limpidi e fiduciosi, fu preso da un’inaspettata agitazione. C’è qualcos’altro di cui mi son reso conto: noi esseri umani siamo fatti di carne e ossa, e la nostra carne è la cosa più importante che abbiamo. Lo sai, dopo un po’ ti accorgi di quante schiocchezze sostengano quelle grandi religioni e filosofie, predicando il valore della solitudine e dell’isolamento per la crescita spirituale e artistica.Così finisci per privarti di tutto, per importi un’inedia totale nell’attesa e nella speranza di raggiungere un premio spirituale che non arriva mai, e poi un bel giorno eccoti là, solo, sul Manikarnika Ghat a trasformarti in cenere senza nemmeno un’anima su questo fottuto pianeta che provi il minimo dispiacere per te…
Con l’idee donna Prassede si regolava come dicono che si deve far con gli amici: n’aveva poche; ma a quelle poche era molto affezionata. Tra le poche, ce n’era per disgrazia molte delle storte; e non eran quelle che le fossero men care.
Colui che si volge a guardare il suo passato, non merita di avere futuro avanti a sè.
Ira.Canta, o Musa, l’ira di Achille, figlio di Peleo, micidiale, omicida, destinato a morire; canta l’ira perché costò agli achei tanti bravi uomini e che tante anime vitali e vigorose mandò alla tetra dimora della Morte. E già che ci sei, o Musa, canta l’ira degli dei stessi, così potenti e petulanti, qui, nel loro nuovo Olimpo; e l’ira dei pochi umani veri rimasti, seppur egocentrici e inutili. Mentre canti, o Musa, canta anche l’ira di quelle creature riflessive, senzienti, serie, ma non del tutto umane, che sognano sotto i ghiacci di Europa, che muoiono nella cenere sulfurea di Io e che sono nate nei gelidi crepacci di Ganimede.Oh, e canta anche me, o Musa, canta il povero Hockenberry rinato senza volerlo, il povero defunto professor Hockenberry, Hockenbush pe gli amici, amici da molto tempo tornati polvere in un mondo da molto tempo abbandonata. Canta la mia ira, sì, la mia ira, o Musa, per quanto piccola e insignificante a confronto della collera degli dei immortali o della furia del deicida, Achille.
Monsignore, però, mentre voi vi ritenete fermo, aggrappato con tutte e due le mani alla vostra tonaca santa, di qua, dalle maniche, vi scivola, vi scivola, vi sguscia come un serpe qualche cosa, di cui non v’accorgete. Monsignore, la vita!
Tutti i pensieri sono immorali. La loro vera essenza è la distruzione. Se pensi a una cosa la uccidi. Nulla sopravvive se viene pensato.