Gianluca Thakur – Morte
Pensi che la morte va incontro a te, ma sei tu che gli contro.
Pensi che la morte va incontro a te, ma sei tu che gli contro.
Che belle le frecce! Scoccate dall’arco della vita, sembra poterne orientare la direzione come meglio si desidera; le frecce sono le emozioni che, puntualmente, scocchiamo perché sentiamo il profumo della vita… perché desideriamo quella vita. Però, non sempre le frecce scoccate puntellano la vita – o meglio – puntellano proprio come il mare quando giunge sulla sabbia e ne inverte i granelli. La freccia di Gianni avrebbe voluto “fermare” sulla terra il papà, eppure il mare aveva invertito l’emozione della vita. Comunque, una vita solo perché non compare non significa che scompare.
Sappiamo che tutto scorre, il tempo, l’acqua in un fiume, il sangue nelle nostre vene. E viviamo tutta la nostra vita chiedendoci cosa ci sia alla fine di tutto questo scorrere.
Posso morire quando voglio: questo è il mio elisir di vita.
La vita è come un castello di carte, dove cerchi di costruirti qualcosa con pazienza e dedizione e poi basta un niente per spazzare via tutto.
Continuerò a dirlo fino alla Fine senza altri inizi o tempi e neanche sogni: l’amore, la bellezza, la forza, che Dio crede di iniettare al suo Sistema con il mio spirito, rapimento e macellazione, è la droga della sua insania e rovina, insieme agli amati figli che ha condannato con questo universo, insieme a se stesso. La solidità della struttura così ottenuta è pericolosa apparenza. Io posso dispiacermi per la morte della Natura, che avverrà, è questione di tempo, ma sono in fondo un’estranea (non si dovrebbero accettare doni dagli estranei) nel suo Sistema, e lo guardo commossa, come si guarda una famiglia distrutta dall’avidità. Ma la commozione è niente paragonata allo strazio di un Padre che vede crollare l’intera sua creazione nel vuoto e nella disgrazia, voluta proprio dal Padre, che seguirà la sua sorte. Da vittima, io posso solo “agire” da vittima, cioè subire l’invidia di Dio, del Messia e dei santi, che torna a loro come riflessione, senza azione, ma l’avidità non si piega e non si spezza, e posso solo ammirare la disfatta del creato, del Padre. Ammirare… questa è un opera che va al di là della tragedia, fino a finire in nulla, dove gli attori muoiono per davvero, nella scena e nella vita. Continuerò sempre a dirlo: Dio, Serpente, creatore di tutte le cose, fermati, non lo fare; l’amore e la bellezza che credi di donare ai tuoi figli, aggiunti così alla Luce vi porteranno al collasso e allo sfascio eterno.
Dicono che un giorno moriremo tutti, ma chi dice che non lo siamo già dentro?