Stefano Giuliano – Destino
Vale la pena vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo quando in fondo sai di essere eterno?
Vale la pena vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo quando in fondo sai di essere eterno?
Quando Dio avrà completato il cerchio, e la matrice si sarà inceppata del tutto nella doppia intensità creatrice, e doppio sforzo, fusa, fumante, come una macchina che ha macinato troppi chilometri, collassata e inutile, senza più stelle, a corto di mondi, e senza futuro… non ci sarà più nessun Dio.
A volte penso alla vita come a un orizzonte con la nebbia. Sappiamo che il nostro destino è là. Eppure non lo vediamo distintamente a causa della foschia. Se soltanto non fossimo così timorosi di attraversare la nebbia.
Destino?Si, l’ho incontrato una volta.
Alcuni uomini sono destinati ad amare, inifinitamente, altri ad essere amati, senza tregua. Ma se mai s’incroceranno l’uomo troverà serenità? Si, prima o poi, il destino ci concede un chance, basta coglierla al volo, facile no?
È assai opportuno diffidare di colui che pensa che il bene nelle piccole cose non ha valore e che liberarsi del male in piccolo non ha importanza. Il destino di costui sarà quello di progredire nella via del male, perdendo il senso di ciò che è bene.
Allora eri felice! – esclamavo, mentre rapidamente mi avviavo alla città – Allora eri come un pesce nell’acqua! Dio del cielo! Questo è il destino che hai dato agli uomini: di esser felici soltanto prima di acquistare la ragione, e dopo averla perduta! Disgraziato! Eppure io invidio il tuo turbamento, lo smarrirsi dei sensi nel quale tu langui. Tu esci pieno di speranza a raccogliere fiori per la tua regina, d’inverno, e ti rattristi e non puoi comprendere perché non ne trovi. E io… io esco senza speranza, senza scopo, e ritorno come sono uscito. Tu immagini quale uomo saresti se gli Stati Generali ti pagassero. Felice creatura che puoi attribuire a un ostacolo terreno la tua mancanza di felicità! Tu non senti che la tua miseria dipende dal tuo cuore distrutto, dal tuo cervello turbato, e che tutti i re della terra non possono aiutarti.Deve morire disperato colui che deride un malato che viaggia verso lontane fonti che aumenteranno la sua malattia e renderanno più dolorosa la sua fine; colui che insulta un cuore oppresso che per liberarsi dai suoi rimorsi e metter fine ai dolori dell’anima intraprende un pellegrinaggio al santo sepolcro. Ogni passo che gli lacera i piedi per i sentieri non segnati, è una goccia di balsamo per il suo animo oppresso; ad ogni giornata di cammino il suo cuore si riposa, alleviato da molte afflizioni. E voi osate chiamare questa follia, voi, mercanti di parole adagiati sui vostri guanciali? Follia! Dio, tu vedi le mie lacrime! Dovevi tu, dopo aver creato misero l’uomo, dargli anche dei fratelli che gli rapissero il poco che possiede, e il poco di fiducia che egli ha in te, Dio d’amore! Poiché la fiducia in una pianta salutare, nel succo della vigna non è altra cosa che la fiducia in te; la persuasione che tu hai comunicato a tutto quanto ci circonda una forza che guarisce o che consola e di cui possiamo aver bisogno ad ogni istante. Padre, che io non conosco! Padre che prima riempivi la mia anima, e che ora hai distolto da me il tuo viso! Chiamami a te! Non rimanere più a lungo silenzioso! Il tuo silenzio non potrà trattenere quest’anima assetata! Un uomo, un padre, potrebbe forse adirarsi quando il figlio ritornando all’improvviso gli si gettasse al collo esclamando: Sono tornato, padre mio! Non t’irritare se abbrevio il pellegrinaggio che secondo il tuo volere avrei dovuto ancora proseguire. Il mondo è uguale dappertutto, nella fatica e nel dolore, nella ricompensa e nella gioia: ma che m’importa? Io sto bene dove tu sei, e vicino a te voglio godere e soffrire. E tu, amato padre divino, respingeresti da te questo figlio?