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Antonio Capolongo – Libri

“A partire da domani lei è sospeso dal lavoro con ricorso alla cassa integrazione guadagni…” Così recitava la lettera che Marcello Marchesi ricevette da parte della sua azienda, una delle tante in crisi della martoriata provincia di Napoli. È in questo modo, crudo, che apprende che dovrà rimanere a casa, ma all’epoca non sa che lo dovrà fare esattamente per centoquattordici giorni. È da questo punto che si snodano due strade… due viaggi fatti nel segno della lotta pura, uno per rivendicare i propri diritti, l’altro per sconfiggere le proprie paure. Durante quest’ultimo incontrerà tanti personaggi che albergano nella sua memoria, essi lo accompagneranno fin dove le due strade si intersecano.Nei due cammini, al suo fianco, vi è una presenza costante, la sua amatissima Sofia, una donna determinata, capace di conquistare “fortezze inespugnabili”. Marcello e Sofia serbano un sogno nei loro cuori, vorrebbero sposarsi, vorrebbero una vita normale e… in nome di essa non si arrendono.

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    Oh! Se sapeste ciò che è veramente un cuore, vi spiegherei e vi convincerei; un cuore innamorato è più forte di tutta la vostra civetteria e di tutta la vostra fierezza. Una donna non è mai amata, io le credo e Dio m’ascolta; un uomo non ama mai con idolatria se non si sente amato. Laciate ai vecchi del teatro di credersi adorati dalle civette. L’uomo giovane se n’intende, non prende abbaglio; può avere er la civetta un desiderio, un’effervescenza, un rovello, vedete che vi faccio il campo libero e vasto; insomma, la civetta può farlo impazzire, ma non lo innamora. L’amore, care mie, come lo concepisco io, è un sacrificio incessante, assoluto, intero; ma non è il sacrificio di una sola delle due parti unite. È l’abnegazione completa delle due anime che vogliono fondersi in una sola.

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    È l’ambizione che divora i giovani, che non gli fa fare l’amore in pace con le loro ragazze, che li fa rodere nell’indefinito tarlo della gloria, che li fa girare nel sonno sempre distratti, e alla ricerca di un appunto, che lu fa accanire senza apprendere un mestiere, che alla fine è la sostanza di tutto.È perché anche questo non basta. I giovani vogliono farsela con quello che non si riesce a toccare.Con le distanze che non si possono colmare, vogliono immolare la loro vita a quest’Incommensurabile. E quando anche arrivano a qualche risultato, non ce la fanno a godersela.Li frega l’affanno.Si poteva fare di più, e meglio, o semplicemente si poteva fare ancora.L’insoddisfazione li fa andare avanti e gli mette una mina dentro.Bisogna farsela invece la soddisfazione. Occorre non rimanere soli, non allenare con le proprie mani elevate e mondate dei mezzi uomini, degli storpi, degli incapaci di amare, divorati dalla bellezza e dal temp perduto.

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    Scrivere è una delle attività più solitarie del mondo. Una volta ogni due anni, io mi siedo davanti al computer, osservo il mare sconosciuto della mia anima e scorgo alcune isole – idee che si sviluppano e che sono pronte per essere esplorate. Allora prendo la mia barca – il suo nome è “parola” – e scelgo di navigare verso la più vicina. Durante il tragitto, mi imbatto in correnti, venti e tempeste, eppure continuo a remare, sempre più esausto. Sono consapevole di essermi allontanato dalla rotta, di non avere più all’orizzonte l’isola dove intendevo arrivare.Tuttavia non c’è modo di tornare indietro: devo proseguire comunque, oppure mi ritroverò perso in mezzo all’oceano. In quel momento, mi attraversa la mente una sequela di scene terrorizzanti: io che trascorro il resto della mia vita parlando dei successi passati, o criticando aspramente i nuovi scrittori, per il semplice fatto di non avere il coraggio di pubblicare altri libri. Ma il mio sogno non era quello di fare lo scrittore? Dunque devo continuare a creare frasi, paragrafi, capitoli, a scrivere fino all’esaurimento, senza lasciarmi paralizzare dal successo, dalla sconfitta, dalle trappole.Scosso da questi pensieri assurdi, scopro in me una forza e un coraggio di cui ignoravo l’esistenza: mi aiutano ad avventurarmi nel lato sconosciuto della mia anima. Mi lascio trasportare dalla corrente e finisco per ancorare la mia barca nei pressi dell’isola dove sono stato condotto. Passo giorni e notti scrivendo ciò che vedo, domandandomi per quale motivo sto agendo così, ripetendomi ad ogni istante che questo sforzo è ormai inutile, che non ho più bisogno di dimostrare niente a nessuno, che ho già ottenuto ciò che desideravo e molto più di quanto osavo sognare.

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    Io credo alla gente che legge, e vive i suoi libri. Perché se non hai vissuto mille vite non ti potrò credere quando racconterai la tua. Non ti crederò quando mi dirai che mi capisci. Se hai vissuto mille vite, allora potrai avvicinarti alla mia e lì ti crederò. Ti crederò quando dirai che sai cosa provo, che mi puoi dare un consiglio. Ti crederò perché assaporerò le virgole e le pause anche nei tuoi discorsi orali, sarai credibile; come un libro. Un libro bello, pregno, denso di parole, di emozioni. Ti crederò perché non è l’ambientazione che dev’essere reale, ma la storia. Come un libro fantasy potrà essere sempre più credibile di uno storico, io crederò a te quando parlerai come un libro. Perché sentirò le tue mille vite, vivrò i tuoi dolori, mi avvicinerò alle tue passioni, capterò il senso delle tue parole, vedrò i visi dei tuoi amici e dei tuoi amori, darò una forma agli episodi, entrerò nella tua storia. E ti crederò.